Il 27 settembre
migliaia di cittadini del Bahrein, appartenenti alle classi sfruttate, sono
scesi in piazza a manifestare per la democrazia. Manifestare per la democrazia?
Si illudono di cambiare la loro situazione con la democrazia!

Noi viviamo in
Italia e non sappiamo nulla di ciò che succede in Bahrein, a meno che non si
usi internet e si cerchino notizie particolari. Ma le nostre tv non ci nascondono
solo il Bahrein: ci solo le lotte degli studenti in Cile, degli insegnanti in
Messico e Spagna, dei disoccupati in Brasile e chissà in quanti altri posti.
Lotte di lavoratori, di proletari.

Non ci nascondono
solo le lotte dei lavoratori in altre parti del pianeta ma anche le nostre
lotte, le nostre proteste, le nostre situazioni, quelle dei disoccupati, dei
precari, dei cassaintegrati, dei licenziati, dei nullatenenti, dei pensionati e
degli studenti, in poche parole dei proletari italiani.

A dire la verità
in alcuni servizi televisivi, talk show, i proletari in tutte le loro forme
appaiono ma come contorno, come a dire “visto che ci occupiamo anche dei fatti
vostri!”. C’è una giornalista che intervista il sindacalista di turno che parla
in nome dei lavoratori licenziati davanti la fabbrica, oppure un giornalista
che intervista i pensionati che non riescono a fare la spesa e nello studio
televisivo chi c’è? Carfagna, Gelmini, Santanchè, etc.. e altri omologhi del PD
insieme ai soliti giornalisti de “Il Fatto” o “Il Giornale” e
qualcun altro. Di che cosa parlano? Di Berlusconi!! Del fatto che è un colpo di
stato farlo dimettere da senatore, che LUI ha abolito l’IMU, che la legge
Severino non deve essere retroattiva, bla bla bla. Tutta questa commedia non ha
senso se non per nascondere altro. Per quanto riguarda Berlusconi è
comprensibile la paura di essere ridimensionato dalla scena politica, ma per la
restante parte della borghesia italiana qual è il problema?

È stato
difficile formare il governo ma una volta fatto avrebbe dovuto mettere in opera
le misure necessarie per raddrizzare la barca che affonda. Ma ci sono queste
misure e soprattutto si ha la forza e la capacità di metterle in opera? E
ancora è possibile rimettere in modo la fabbrica Italia?

Qual è la situazione economica reale
dell’Italia?

Per quanto
riguarda il debito pubblico: “Nei
primi sette mesi dell’anno il debito pubblico è cresciuto di 84,2
miliardi rispetto alla fine del 2012. Lo comunica la Banca d’Italia.
(…). A luglio invece, si è attestato a 2.072,863 miliardi di euro, in diminuzione
di 2,3 miliardi rispetto a giugno. Nei primi sette mesi dell’anno le entrate
tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 225
miliardi, in aumento dell’1,4% (3,2 miliardi) rispetto a quelle dello stesso
periodo del 2012.
[1].

Come si vede Il debito non fa che
aumentare a passi da gigante (84.1 miliardi in 7 mesi) mentre le entrate
tributarie fanno piccoli spostamenti, solo 3,2 miliardi in più. L’evasione, più
di 200 miliardi l’anno, resta tale.

Il PIL è in diminuzione costante,
quest’anno scenderà dell’1,3% secondo le statistiche Eurostat[2]
. E così il rapporto debito/Pil non fa che aumentare, ha superato il
130%. E se il debito aumenta nonostante tagli e nuove tasse, non è lecito
chiedersi a che servono tutti questi sacrifici?

Qual è la
situazione della popolazione italiana?

La popolazione
sta subendo un vero salasso economico perché di fronte all’aumento costante dei
prezzi, con o senza l’IVA al 22%, si assiste alla continua diminuzione della
massa salariale dovuta ai licenziamenti, alla precarizzazione dei posti di
lavoro in tante forme diverse, il che comporta salari senza anzianità e
indennità varie, al mancato turnover, 500.000 occupati in meno in un anno[3],
all’aumento delle imposte varie sia locali sia nazionali. I trasporti
aumentano, gli affitti pure mentre i prezzi delle case diminuiscono, ma le
compravendite crollano (dal 2007 si sono dimezzate). Soldi non ce ne sono e le
banche non concedono mutui facilmente per il timore di non vederseli ripagare.

Per contrastare
la povertà crescente in Grecia hanno messo in commercio, a prezzo ridotto, i
prodotti scaduti. In Italia stanno aumentando i supermercati low cost e mense
per chi non riesce a sfamarsi. Le foto di persone che vanno al mercato a
raccogliere i prodotti scartati non fanno più notizia, come non fanno più
notizia i suicidi e i gesti disperati perché sono all’ordine del giorno.

Per quanto
riguarda i negozi, le statistiche dicono che c'è un saldo negativo di 15.000
unità. E anche le imprese chiudono[4] o
vengono svendute a prezzi stracciati in quanto piene di debiti, come nel caso
della Telecom consegnata agli spagnoli. E quando avvengono queste acquisizioni
si procede immediatamente alla riduzione del personale.

Qual è stata la politica economica adottata
dal governo?

Il governo “del
fare” è nato sull'onda della eliminazione della tassa sulla prima casa, cavallo
di battaglia di Berlusconi. É riuscito a bloccare la prima rata di questa tassa
creandone un'altra che graverà su tutti, anche su chi non ha casa. Ma questo è
servito a far dire a Berlusconi che lui mantiene le promesse. Per quanto
riguarda il settore del lavoro ci sono state promesse di assunzione di precari
e un aumento delle risorse scolastiche ma per ora sono solo promesse e comunque
del tutto insufficienti alle reali necessità.

Per poter dare
un serio segnale di cambiamento il governo avrebbe dovuto far aumentare le
entrate, diminuire le spese, detassare i settori lavorativi e incrementare
l'occupazione con investimenti strutturali.

Ma ad ognuna di
queste voci corrisponde una risposta contraria.

Tagliare il
budget militare, cioè l'acquisto degli F35, significava ridurre l'occupazione
negli stabilimenti Finmeccanica e l'importanza di questa azienda strategica per
l'imperialismo italiano. Lo stesso vale per la riduzione del settore militare
all'estero: smettere con le “missioni di pace” significherebbe rinunciare a
giocare un ruolo sullo scacchiere imperialista, cioè accettare di non contare
niente.

Tagliare
ulteriormente le spese statali, cioè nella sanità, scuola significa chiudere
ospedali e scuole perché sono al collasso.

Aumentare le
entrate significa effettuare un controllo serio degli evasori ma questo
significa darsi la zappa sui piedi. Non dimentichiamo che i governi sono
espressione della classe al potere, cioè della borghesia. E lo stesso sarebbe
aumentare il prelievo fiscale sui milionari. Berlusconi che si aumenta le
tasse? Tagliare le tasse sui salari dei lavoratori? Ma se sono loro a mantenere
lo Stato!

Qualsiasi cosa
si faccia si può rovesciare la situazione? Non c'è soluzione alla crisi dello
Stato, non solo a quello italiano ma a tutti. I debiti sono aumentati a tal
punto che non c'è più possibilità di ridurli. In Italia poi c'è una instabilità
governativa che fa paura ad ogni investitore estero.

La farsesca
storia della crisi di governo prima dichiarata e poi ritirata dà un’idea chiara
di come sia precario il sistema politico italiano. E questa precarietà politica
non fa che aggravare la situazione economica, sia perché espone il paese alla
speculazione dei mercati, sia perché non si riesce nemmeno a trovare delle
pezze per tappare le falle.

Oblomov, 29
settembre ’13

Situazione italiana: Questioni teoriche: 
Il 27 settembre migliaia di cittadini del Bahrein, appartenenti alle classi sfruttate, sono scesi in piazza a manifestare per la democrazia. Manifestare per la democrazia? Si illudono di cambiare la loro situazione con la democrazia!

Noi viviamo in Italia e non sappiamo nulla di ciò che succede in Bahrein, a meno che non si usi internet e si cerchino notizie particolari. Ma le nostre tv non ci nascondono solo il Bahrein: ci solo le lotte degli studenti in Cile, degli insegnanti in Messico e Spagna, dei disoccupati in Brasile e chissà in quanti altri posti. Lotte di lavoratori, di proletari.

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La
storia tormentata della Germania del XX secolo è sotto ogni aspetto ricca di
temi drammatici; lo testimoniano certi film che da alcuni anni hanno conosciuto
un successo strepitoso: Il pianista
per esempio[1] (sul
ghetto di Varsavia), o ancora Goodbye
Lenin
o La vita degli altri,
sulla Germania dell'Est e sulla caduta del muro di Berlino. La cineasta
Margarete Von Trotta ha già attinto, più volte, a questo profondo serbatoio, ed
essa non ha esitato ad affrontare argomenti così difficili: "Gli anni di
piombo" (1981), una versione romanzata della vita e della morte, in
circostanze mai completamente chiarite, nella prigione di Stammheim, della
terrorista della "Frazione armata rossa" Gudrun Ensslin; un film
biografico su Rosa Luxemburg (1986); "Rosenstrasse" (2003), su una
manifestazione di donne tedesche nel 1943 contro la retata della Gestapo dei
loro mariti ebrei. Il suo nuovo film, "Hannah Arendt" (uscito nel
2012 in Germania e nel 2013 in Francia) ritorna sulla guerra, la Shoah ed il
nazismo, attraverso un episodio della vita della filosofa tedesca cui è
dedicato il film, magistralmente interpretata dall'attrice Barbara Sukowa che
20 anni fa aveva sostenuto il ruolo di Rosa Luxemburg.

 

Nata
nel 1906, Hannah Arendt era di origine ebraica. Giovane studentessa, seguì i
corsi del filosofo Martin Heidegger con cui ebbe una relazione d'amore. Il
fatto che non abbia mai rinnegato questa relazione, come d’altronde lo stesso
Heidegger, malgrado l'adesione di quest'ultimo al partito Nazista a partire dal
1933, in seguito le è stato molto rimproverato; i suoi legami con Heidegger e
con il suo pensiero filosofico, probabilmente molto complesso, avrebbero meritato
quasi un romanzo a sé, ed i flashback
dei suoi incontri con Heidegger sono forse le scene meno riuscite del film, le
sole dove si sente la Von Trotta meno incisiva rispetto al tema trattato nel
suo film: la "banalità del male".

Hannah
Arendt fugge dalla Germania nel 1933, al momento dell'arrivo al potere di
Hitler, e si stabilisce a Parigi dove milita nel movimento sionista malgrado
nutra verso quest’ultimo posizioni critiche. È a Parigi che sposa, nel 1940, il
suo secondo marito Heinrich Blücher. Con l'invasione della Francia da parte
della Germania, viene internata dallo Stato francese nel campo di Gurs, ma
riesce a fuggire e - dopo molte peripezie - a maggio del 1941 arriva infine
negli Stati Uniti. Priva di tutto, si dà da fare per guadagnarsi da vivere e
riesce a farsi assumere all’università (essa sarà anche la prima donna ammessa
come professore presso la prestigiosa università di Princeton) e, nel 1960,
quando il film comincia, Arendt è un'intellettuale di vigore avendo già
pubblicato due delle sue opere più importanti: Le origini del totalitarismo (1951) e La condizione dell'uomo moderno (1958).

Certamente,
Hannah Arendt non era una marxista, anche se si è interessata all'opera di Marx
ed alla vita di Rosa Luxemburg, essendo stato suo marito Heinrich un vecchio
spartachista ed in seguito membro dell'opposizione alla stalinizzazione del KPD
negli anni 20, raggiungendo il KPD-opposizione (KPO) di Brandler e Thalheimer
all'epoca dell'esclusione di questo dal partito[2].
Il film dà una strizzatina d’occhio all'impegno di Heinrich: si sente, da una
testimonianza di un'amica americana della coppia che "Heinrich era stato
con Rosa Luxemburg fino alla fine". Pur non essendo una marxista il lavoro
filosofico di Arendt e soprattutto la sua analisi sui meccanismi del totalitarismo
restano ancora oggi molto pertinenti. Per il suo rigore di pensiero e per la
sua integrità, grazie alla quale è pronta ad impegnarsi contro i luoghi comuni
dell'ideologia dominante della sua epoca, Hannah Arendt, per la sua onestà, è
una donna scomoda. Nell’analizzare approfonditamente il processo ad Eichmann a
Gerusalemme, Arendt cerca di comprendere come degli esseri umani siano potuti
diventare i funzionari dello sterminio degli ebrei.

I
primi momenti del film rievocano la cattura di Adolf Eichmann da parte del
Mossad, in Argentina. Sotto il regime nazista, Eichmann aveva occupato
parecchie posizioni importanti, innanzitutto nell'organizzazione che espulse
gli ebrei dall'Austria, e  poi, durante
la guerra, nella logistica della "soluzione finale", particolarmente
il trasporto degli ebrei dell'Europa verso i campi di  morte di Auschwitz, Treblinka ed altri.
L'intenzione di David Ben Gurion, primo ministro d'Israele e, dunque,
responsabile dell'operazione del Mossad, era chiaramente di montare un processo
spettacolo come fondazione del giovane Stato, dove gli stessi ebrei avrebbero
giudicato uno degli autori del loro genocidio.

Apprendendo
la notizia del processo Eichmann, Arendt propone alla rivista letteraria New Yorker di seguire il processo e di
farne il servizio. In seguito la serie di articoli che essa ha scritto sul
processo è stata pubblicata sotto forma di libro con il titolo La banalità del male.

La
pubblicazione del libro creò uno scandalo notevole in Israele ed ancora più
negli Stati Uniti: Arendt fu oggetto di una campagna di denuncia mediatica: "ebrea che si detesta" e "Rosa Luxemburg del nulla" non
erano che due degli epiteti più gentili. Le venne chiesto di licenziarsi dal
suo posto all’Università, ma lei si rifiutò. È proprio l'evoluzione del pensiero
di Arendt durante il processo e la reazione al suo libro che fornisce la
materia del film. Quando si pensa di fare un'opera  drammatica del movimento contraddittorio e
talvolta faticoso del pensiero filosofico, senza tuttavia volgarizzarlo, questo
diventa una scommessa sacrosanta che Von Trotta e Sukowa raccolgono con briosa
serietà.

Perché
dunque il servizio di Arendt ha tanto scandalizzato?[3].
In parte la reazione era comprensibile ed anche inevitabile: Arendt maneggia il
bisturi della critica come un chirurgo, ma per molti, la guerra e le sofferenze
abominevoli delle vittime della Shoah erano troppo vicine, i traumi ancora
troppo presenti, per dare giudizi obiettivi sugli avvenimenti. Ma le voci più
forti erano interessate: interessate soprattutto a mantenere sotto silenzio le
verità imbarazzanti che la critica di Arendt svelava.

Arendt
colpiva nel vivo quando demoliva il tentativo del primo ministro d'Israele,
David Ben Gurion, di utilizzare il processo Eichmann come un processo
spettacolo per giustificare l'esistenza d'Israele strumentalizzando il calvario
degli ebrei nella Shoah. Perciò, il processo Eichmann doveva essere quello di
un mostro, degno rappresentante dei crimini mostruosi dei nazisti contro
l'umanità. La stessa Arendt si aspettava di vedere un mostro, ma più
l'osservava meno era convinta, non della colpevolezza ma della mostruosità.
Nelle scene del processo, Von Trotta non pone Arendt nella sala pubblica del
tribunale ma in una riservata ai giornalisti che seguivano il processo
attraverso un collegamento teletrasmesso. Questo trucco cinematografico
permette a Von Trotta di mostrarci, non un attore che recita Eichmann, ma il
vero Eichmann, e come Arendt, possiamo vedere quest’uomo mediocre (Arendt
utilizzava piuttosto il termine "banale" al posto di
"mediocre") che non ha niente a che vedere con la follia omicida di
un Hitler né con la fredda pazzia di un Goebbels (come abbiamo potuto vederli
interpretati brillantemente da Bruno Ganz ed Ulriche Mathes in La Caduta). Al contrario, ci troviamo di
fronte ad un piccolo burocrate il cui orizzonte intellettuale non supera quello
del suo ufficio e del suo buon funzionamento, e le cui prospettive non superano
le sue speranze di promozione e le rivalità burocratiche. Eichmann non è un
mostro, conclude Arendt: "sarebbe
stato molto confortante credere che Eichmann fosse un mostro (…) Il problema
Eichmann era proprio che ce n'erano tanti come lui che non erano né dei
perversi né dei sadici, ma al contrario notevolmente e spaventosamente
normali"
(p. 274)[4].
Tutto sommato, il crimine di Eichmann non era di essere stato responsabile come
un Hitler dello sterminio degli ebrei, ma di avere abdicato ad ogni capacità di
riflessione, di pensiero, e di avere dunque agito in tutta legalità ed in buona
coscienza come un semplice ingranaggio di una macchina totalitaria di uno
Stato, lui sì criminale. Il "buonsenso" indiscutibile delle
"personalità" gli è servito da "guida morale". Così, la
conferenza di Wannsee (che doveva mettere in moto il meccanismo operativo della
"soluzione finale") "era
un'opportunità molto importante per Eichmann che non si era mai immischiato ad
altrettante 'grandi personalità'
(…) Adesso poteva vedere con i suoi occhi e poteva sentire con
le sue orecchie non solo Hitler, non solo Heydrich o la 'sfinge' Müller, non
solo le SS o il Partito ma anche l'élite della buona vecchia funzione pubblica
che si disputa gli onori della direzione di queste questioni 'sanguinose'. In
questo momento, ho provato un'emozione alla Ponzio Pilato, mi sono sentito
sollevato da ogni colpevolezza"
(p. 112).

Arendt
rigetta esplicitamente l'idea che "tutti sono potenzialmente
colpevoli", o "colpevoli per associazione": Eichmann meritava la
morte per ciò che aveva fatto (come se la sua esecuzione poteva restituire vita
ai mucchi di cadaveri!). Dopo di che, la sua analisi è uno schiaffo coraggioso
inflitto all'antifascismo diventato ideologia ufficiale di tutti gli Stati, e
particolarmente dello Stato sionista. Dal nostro punto di vista, la
"banalità" di cui parla Arendt è quella di un mondo - il mondo
capitalista, - dove l'essere umano, alienato e reificato, è ridotto allo stato
di una cosa, di una merce, un ingranaggio nella macchina del capitale.

Questa
macchina non è solo appannaggio dello Stato Nazista. Arendt ci ricorda che la
politica di "judenrein" (sbarazzarsi degli ebrei), era già stata
sperimentata dallo Stato polacco prima della guerra, nel 1937, e che il
democratico governo francese nella persona del suo ministro degli affari
esteri, Giorgio Bonnet, aveva previsto l'espulsione dei 200.000 ebrei
"non-francesi" verso il Madagascar (Bonnet aveva anche chiesto dei
consigli al riguardo al suo omologo tedesco Von Ribbentrop). Arendt indica
anche il tribunale di Norimberga come un "tribunale dei vincitori"
dove  sedevano dei giudici i cui paesi
erano altrettanto responsabili di crimini di guerra: i russi colpevoli dei
gulag, e gli americani colpevoli del bombardamento atomico di Nagasaki e
Hiroshima.

Anche
con lo Stato dl'Israele Arendt non è tenera. Contrariamente agli altri
reporter, nel suo libro sottolinea l'ironia amara della messa in accusa di
Eichmann per crimini a sfondo razziale, mentre anche questo Stato incorpora
distinzioni razziali nelle sue leggi: "la
legge rabbinica detta lo statuto personale dei cittadini ebraici, con il
risultato che nessuno ebreo può sposare un non ebreo, i matrimoni all'estero
sono riconosciuti ma i figli dei matrimoni misti sono illegittimi (…) e se si
nasce da madre non ebraica non si può essere né sposato né sepolto".
Quale
ironia amara per i superstiti della politica della "purezza razziale"
nazista nel cercare di creare la loro "purezza razziale" in terra
promessa! Arendt detestava in generale il nazionalismo ed in particolare il
nazionalismo israeliano. Già negli anni '30, si era opposta alla politica
sionista ed al rifiuto di questa di cercare un modo di vita comune con i
palestinesi. E lei non esita a smascherare l'ipocrisia del governo Ben Gurion
che punta i riflettori sui legami di certi Stati arabi col regime Nazista
mentre resta in silenzio sul fatto che la Germania dell'Ovest continuava a dare
riparo ad un numero impressionante di nazisti concedendo loro posti di alta
responsabilità.

Un
altro motivo di scandalo era la questione dei "Judenrat" - i consigli
ebraici creati dai nazisti proprio per facilitare la "soluzione
finale". Pur essendo una breve parte del libro, quest’argomento ha colpito
nel vivo. Ecco, ciò che dice Arendt: “Ovunque
abitavano ebrei, c'erano dirigenti ebrei riconosciuti, e questa direzione,
quasi senza eccezione, in un modo o nell'altro, per una ragione o per un'altra,
ha cooperato con i nazisti. La verità, è che se gli ebrei fossero stati
disorganizzati e senza direzione, ci sarebbero stati caos e miseria in
abbondanza ma il numero totale delle vittime non sarebbe salito a 4-6 milioni
di persone (…) Ho trattato questo aspetto dalla storia, che il processo di
Gerusalemme ha mancato di esporre davanti al mondo intero nella sua vera
dimensione, perché ci offre l'idea più sorprendente del crollo morale totale
che i nazisti hanno inflitto alla rispettabile società europea"
(p.
123). Essa rivela anche un elemento di distinzione di classe tra i dirigenti
ebraici e le masse anonime: nella catastrofe generale, quelli che scappavano
erano o sufficientemente ricchi per comprarsi la loro fuga, o sufficientemente
"in vista" nella "comunità internazionale" per aver salva
la vita in quella specie di ghetto privilegiato di Theresienstadt. Le relazioni
tra la popolazione ebraica ed i regimi nazisti, ed anche con le altre
popolazioni europee, erano molto più complesse di quanto volesse far credere la
manichea ideologia dominante dei vincitori della guerra.

Il
problema della Shoah e del nazismo occupa un posto centrale nella storia
recente dell'Europa, ed oggi ancora più rispetto agli anni ‘60. Malgrado gli
sforzi degli autori, per esempio del Libro
nero del comunismo
, il nazismo resta in qualche modo il "male
estremo". La Shoah è una parte alquanto importante del programma
scolastico, insieme alla Resistenza francese, con la quasi esclusione di ogni
altra considerazione sulla guerra. Tuttavia, sul piano puramente aritmetico, lo
stalinismo era molto peggio, con 20 milioni di morti nei gulag di Stalin ed
almeno 20 milioni di morti nella carestia provocata dal "Grande salto in
avanti" di Mao. C'è evidentemente in ciò una forte dose di opportunismo: i
discendenti di Stalin e di Mao sono sempre al potere in Russia ed in Cina, sono
sempre delle persone con cui si possono e si devono "fare degli
affari".

Arendt
non tratta direttamente questa questione, ma in una discussione sul capo di
accusa contro Eichmann, insiste sul fatto che il crimine dei nazisti non era un
crimine contro gli ebrei, ma un crimine contro tutta l'umanità nella persona
del popolo ebraico, precisamente perché negava agli ebrei la loro appartenenza
alla specie umana, e faceva di questi esseri umani un male inumano da estirpare.
Questo carattere razzista, xenofobo, oscurantista del regime nazista, era
mostrato con chiarezza e del resto è perciò 
che una parte della classe dominante europea, delle classi contadine e
piccolo-borghesi rovinate dalla crisi economica, hanno potuto così ben
uniformarsi. Lo stalinismo invece, si mostrava sempre come progressista: si
cantava sempre che "L'internazionale sarà il genere umano", ed è per
tale motivo che fino alla caduta del Muro di Berlino, ed anche dopo la sua
caduta, certe persone comuni hanno potuto continuare a difendere i regimi
stalinisti in nome della speranza in un avvenire migliore[5].

Ciò
che essenzialmente sostiene Arendt, è che la barbarie "impensabile"
della Shoah, la banalità dei funzionari nazisti, è il prodotto della
distruzione della "capacità di pensare". Eichmann "non
pensa", esegue gli ordini della macchina e fa correttamente il suo lavoro,
in modo molto rigoroso e disciplinato, senza alcuno stato d'anima, senza alcuna
capacità di immaginarsi l'orrore nei campi di sterminio. In questo senso, il
film di Von Trotta deve essere visto come un elogio del pensiero.

Hannah
Arendt non era marxista[6].
Non aveva una visione rivoluzionaria e storica del mondo e quindi non
comprendeva che, dalla fine del comunismo primitivo, "la storia dell'umanità è la storia di lotte di classi" (Marx).
Non comprendeva neanche la concezione del lavoro di Marx. Ma, ponendo delle
questioni che mettono a mal partito l'ideologia antifascista ufficiale, essa è
nemica del conformismo, dei luoghi comuni e dell'abbandono del pensiero
critico. Il merito della sua analisi è anche quello di permettere una
riflessione sulla "coscienza morale" dell'essere umano (proprio come
l'esperienza dello psicologo americano Stanley Milgram, riferita nel film di
Henri Verneuil "I come Icare", che mette in evidenza i meccanismi di
"sottomissione all'autorità" cui sono soggetti i torturatori).

La
pubblicità fatta oggi da tutta la borghesia democratica all'opera di Hannah
Arendt, diventata un'icona nei campi dell'intellighenzia
"democratica", non è limpida. Ciò a cui mira questo recupero della
sua analisi del totalitarismo, è evidentemente l'idea perniciosa che esiste una
continuità tra le macchine totalitarie dello Stato stalinista con il bolscevismo
e la Rivoluzione russa di Ottobre 1917 poiché "il verme era già nel
frutto": Stalin sarebbe stato solamente l'esecutore del pensiero di Lenin.
Morale: ogni rivoluzione proletaria non può che condurre al totalitarismo ed a
nuovi crimini contro l'umanità! È perciò che certi ideologi patentati della
borghesia, come Raymond Aron, non hanno perso l'occasione per  sfruttare l'analisi di Hannah Arendt del totalitarismo
dello Stato stalinista salutando la sua "filosofia politica" per
alimentare le campagne della Guerra fredda e quelle sul "fallimento del
comunismo" scatenato dopo il crollo dell'URSS.

Hannah
Arendt era una filosofa. E come diceva Marx, "I filosofi hanno interpretato il mondo. Ora si tratta di trasformarlo".
Il marxismo non è una dottrina "totalitaria". È l'arma teorica della
classe sfruttata per la trasformazione rivoluzionaria del mondo. Ed è perciò
che solo il marxismo è stato capace di integrare gli apporti dell'arte, della
scienza e dei filosofi come Epicuro, Aristotele, Spinoza, Hegel, ecc., e che è
oggi capace di integrare gli apporti di Hannah Arendt: uno sguardo profondo e
critico sull'epoca contemporanea ed il suo elogio del pensiero.

Jens e SL, 25 giugno

[1] Vedere la critica pubblicata nel
numero 113 de la Révue internationale, http://fr.internationalism.org/french/rint/113_pianiste.html

[2] Il KPO faceva parte di quei
gruppi di opposizione allo stalinismo e non è riuscito mai a rompere pienamente
con questo poiché, come Trotsky, tali gruppi non hanno mai accettato l'idea di
una controrivoluzione in URSS.

[3] Il lettore francofono potrebbe
ascoltare delle testimonianze dell'epoca molto illuminanti a questo proposito,
in un documentario di France Culture (Francia Cultura): Hannah Arendt ed il processo di Eichmann,
(http://www.franceculture.fr/emission-la-fabrique-de-l-histoire-histoire-des-grands-proces-24-2013-05-07)

[4] Le
citazioni del libro sono tratte dall'edizione pubblicata da Penguin Books nel
2006, con un'introduzione di Amos Elon, tradotto dall'inglese da noi.

[5] Vedere
a questo proposito questa affascinante serie documentaria (in inglese ed in
tedesco) a proposito della vita nell'ex-RDT: http://www.youtube.com/watch?v=7fwQv5h7Lq8

[6] Arendt
ha scritto una biografia molto succinta di Rosa Luxemburg a partire dal libro
di Nettl. Non comprende che i due corpi franchi che hanno assassinato Rosa
erano agli ordini di Noske e Scheidemann, conosciuti per il loro ruolo di primo
piano nello schiacciamento della rivolta spartakista. Lei pensa che il governo
Noske era solo "complice" di quei corpi franchi che avrebbero servito
il nazismo.

Questioni teoriche: 
Pur non essendo una marxista il lavoro filosofico di Arendt e soprattutto la sua analisi sui meccanismi del totalitarismo restano ancora oggi molto pertinenti. Per il suo rigore di pensiero e per la sua integrità, grazie alla quale è pronta ad impegnarsi contro i luoghi comuni dell'ideologia dominante della sua epoca, Hannah Arendt, per la sua onestà, è una donna scomoda. Nell’analizzare approfonditamente il processo ad Eichmann a Gerusalemme, Arendt cerca di comprendere come degli esseri umani siano potuti diventare i funzionari dello sterminio degli ebrei.

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Iraq, Afghanistan, Libano, Egitto, Siria, i massacri non smettono di estendersi. L'orrore e la barbarie capitalisti si diffondono, i morti si ammucchiano. Vero genocidio in marcia che niente sembra potere fermare, la guerra imperialista guadagna ancora e sempre terreno. Il capitalismo in piena decadenza e decomposizione trascina il mondo in un caos ed un barbarie generalizzate. L'utilizzazione di armi chimiche come in Siria purtroppo è attualmente uno degli strumenti di morte tra ben altri. Ma questa prospettiva di distruzione dell'umanità non ha niente di irrimediabile. Il proletariato mondiale non deve restare indifferente davanti ai massacri e alle guerre, prodotti da un sistema in piena putrefazione. Solo il proletariato in quanto classe rivoluzionaria può mettere definitivamente fine a questa generalizzazione della barbarie capitalista. Comunismo o barbarie: più che mai l'umanità è confrontata a questa unica alternativa.

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Anche se il libro non ci risulta essere stato pubblicato in Italia, pensiamo che quest’articolo, scritto dai nostri compagni in Belgio, possa costituire comunque un utile contributo alla riflessione sul problema del degrado ambientale e sulla risposta che questo richiede.

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Da un lato, l’ascesa delle tensioni imperialiste e guerriere che si esprimono in Siria e nel Sahel anche se in misura minore. Dall’altro, un’ascesa della collera sociale che è esplosa quasi simultaneamente in Turchia ed in Brasile, due paesi sotto regimi pretesi alquanto differenti. L’alternativa posta dal capitalismo non potrebbe essere espressa più chiaramente: guerra imperialista o lotta di classe, desolazione o solidarietà, … barbarie o socialismo!

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Pubblichiamo qui degli estratti di un articolo realizzato dalla nostra sezione in Turchia – una giovane sezione, sia nella storia della CCI sia per l’età dei suoi membri. In quanto rivoluzionari e parte della generazione che ha condotto la rivolta, questi compagni si sono attivamente implicati nel movimento. Incoraggiamo i nostri lettori a leggere la versione di quest’articolo sul nostro sito che è allo stesso tempo un resoconto “dal vivo”, pieno di dettagli concreti sulla vita di questo movimento, e un primo tentativo di analisi del suo significato. Nella scelta di questi estratti abbiamo voluto mettere in luce soprattutto quest’ultimo aspetto. Quale è la natura di questo movimento? A quale dinamica internazionale partecipa? Quali sono le sue forze e le sue debolezze? Quali prospettive lascia intravedere? In effetti sono proprio queste le questioni al cuore della posta in gioco del periodo attuale e a venire.

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Il sentimento che l’ordine attuale delle cose non possa continuare come prima continua a crescere nel mondo intero. Dopo le rivolte della “Primavera araba”, i movimenti degli Indignados in Spagna e quelli di Occupy negli Stati Uniti, nel 2011, l’estate del 2013 ha visto grandi folle scendere nelle strade in Turchia e in Brasile.

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